**** Colonna sonora consigliata durante la lettura: La donna riccia – Domenico Modugno ****
Sarà che sono riccia, sarà che sono vecchia e rompiscatole o che nessuno nota mai la differenza quando ci vado, ma io, come direbbe il puffo brontolone: “oooooooodio andare dal parrucchiere!”. Eppure, maledetta me, dopo svariati di mesi di incuria ed ostinata indifferenza, arriva sempre quel triste momento in cui, dinanzi allo specchio, sono costretta a prender coscienza che il cespuglio che ho sulla testa non è più gestibile con pinze e pinzette appuntate qui e là. È in quell’istante che devo arrendermi alla triste e dolorosa realtà: mi serve una spuntatina.
Visto che, anche se i capelli me li tagliasse Jean Louis David in persona non sarei comunque contenta del risultato, di solito la mia pigrizia cronica mi spinge ad entrare nel primo parrucchiere disponibile nel raggio di 50 metri dall’ingresso di casa. Fortuna (o sfortuna?!) vuole che qui ad Hong Kong non devo nemmeno stancarmi a fare 50 metri, perché il parrucchiere più vicino è praticamente dall’altro lato della strada. Il salone si chiama “I.W.C. Hair”… sì, esatto, “…W.C.”, e, forse, ripensandoci, non è un caso: l’ambiente è pulito ma non è esattamente stiloso. Al suo interno si aggirano loschi individui dai tagli improbabili che accarezzano piastre per capelli infilate ai lati dei pantaloni, stile pistolero del Far West in attesa della prossima vittima.
Diversamente dai saloni cinesi “farlocchi” (in cui il core business si svolge di solito nel retrobottega dove signore compiacenti il massaggio non lo fanno esattamente al cuoio capelluto…!), in quelli seri devi scegliere da chi vuoi farti tagliare i capelli prima di andare sotto ai ferri. Le scelte di solito sono tre: apprendista, parrucchiere esperto o “maestro“. Ovviamente, io scelgo sempre il maestro nella vana speranza che sappia il fatto suo e non vada giù direttamente di tosaerba sulla mia capoccia. Ma provate ad immaginare un cinese abituato a tagliare spaghetti neri, lisci e spessi come fili di rame, alle prese con i capelli ricci di una straniera che, per giunta, non parla nemmeno la sua lingua: “DISAAAGIO” (cit.)!
Il maestro di IWC Hair si chiama Frankie, costa la modica cifra di 209HKD e la storia d’amore tra lui e i miei capelli dura ormai da un anno. Frankie, infatti,
è piuttosto bravo nel taglio. Non che ci voglia un genio a ricalcare la mia scalatura di pari passo, però, rispetto ad altri hair-stylist italiani, almeno Frankie non conosce Lory Del Santo e non si ispira a lei quando mi accorcia il ciuffo! In compenso, nella messa in piega Frankie è proprio un cane.
La prima volta che mi sono affidata a lui, per esempio, senza aver precedentemente usato nessun tipo di schiuma, gel, balsamo o unguento miracoloso, mi ha sparato in testa l’asciugacapelli alla massima potenza in perfetto stile galleria del vento. Risultato? Facile: quando sono uscita dal negozio sembravo il Re Leone. Mi mancava solo la coda. Aaaarrrrfff!
Ma sbagliando si impara e così, la seconda volta che sono andata da lui mi son portata dietro spuma per capelli e il mio amante segreto: messer Diffusore. Dopo il taglio, ho proposto
a Frankie di usare sottobanco i miei trucchi del mestiere ma lui, per tutta risposta, mi ha guardato sornione e mi ha detto: “I know what you need!” … “Cavoli!” – ho pensato io – “tu sì che sei il maestro!“
Purtroppo mi sono dovuta ricredere quando dal suo cassetto delle meraviglie ha tirato fuori uno strano arricciacapelli composto da un tubo ad aria calda con dentro una ventola nel quale ha fatto turbinare i miei capelli che sono diventati, così, due enormi boccoli. E quando dico “due boccoli” intendo proprio DUE di numero: uno a destra e uno a sinistra. Agghiacciante. Poco dopo, non contento, mi ha tirato su delle ciocche sulla fronte e, ripetendo “oh beautiful! oh beautiful!”, è andato in estasi mentre mi trasformava nella piccola idiota della “Casa nella Prateria”.
Poiché di solito non c’è due senza tre, stamane rieccomi alla porta del salone I.W.C. in piena emergenza spuntatina. Con mia grande sorpresa, però, la commessa mi spiega, non so bene in che lingua, che Frankie non c’è: “Sono solo le 10:30 del mattino” – mi dice – “e lui non arriverà prima di un’ora… del resto, lui è il maestro!”
Dopo un attimo di esitazione, visto che ho un po’ fretta, chiedo a gesti se c’è qualcun altro che possa sfoltirmi la criniera. Ed è allora che arriva un giovanotto sulla trentina, nemmeno male, che mi fa accomodare su una delle poltrone in ecopelle marrone e mi studia il taglio. Per un attimo mi illudo che possa essere meglio di Frankie, ma… ma… ma com’è che non mi fa scortare dalla sua collega alla zona shampoo??!? E… e… e com’è che ha già in mano un pettine, delle forbici e prova a pettinarmi una ciocca facendomi un male cane?! Terrorizzata, appanicata e in piena crisi respiratoria chiedo come pensa di procedere e lui mi dice: “Don’t worry!”. … … “Don’t wooorry”?!? … Well, I DO WORRY e prima che questo pazzo furioso dia la prima sforbiciata ai miei capelli ricci, irsuti e completamente ASCIUTTI, sono già fuori dal negozio che urlo: “I’ll come back later!! Byeeeeee!”
A questo punto vi chiederete se sono sul serio tornata più tardi. La risposta è:
“Ovvio!”
Dopo l’esperienza mattutina con Edward-mani-di-forbici ho capito che Frankie rappresenta la mia unica speranza di sopravvivere in mezzo a questo popolo di lisci. E anche se alla fine, dopo aver fatto il suo dovere con le forbici, ha provato a infilarmi sotto un’astronave per asciugarmi i capelli, io ho perso il mio ultimo briciolo di buona educazione e ho stroncato sul nascere il suo tentativo di pettinarmi alla Cocciante e sono scappata via con i capelli bagnati, correndo a casa a farmi la piega da sola!
Fiuuuuu! Pericolo scampato… almeno fino alla prossima puntata!


intenso era il via vai di consumatori ipereccitati che facevano la spola tra l’ingresso e la cassa. Una volta all’interno, però, ho capito che tra quelle pareti di vetro non c’era nulla di commestibile e che tutti quelli che si trovavano lì in quel momento avevano un solo obiettivo nella capoccia: curiosare, smanacciare e provare ogni singolo device in esposizione ovvero comprarne o ritirarne uno.
frangetta in marcia disordinata e confusa, la mia attenzione è stata subito catturata da montagne di Iphone 6 ancora incellofanati, accantonati qua e là in punti diversi del marciapiede. Davanti ad ogni cumulo di telefoni, un paio di cinesi di frontiera dai dialetti incomprensibili erano seduti sui talloni con un pacco di banconote da 500HKD in mano.





Superati i controlli doganali e la fitta barriera di avvenenti signorine in minigonna che invitano i turisti a salire su uno degli shuttlebus gratuiti diretti ai casinò, mi tuffo a capofitto nelle stradine del centro e, dopo il pugno agli occhi inferto dalle pareti a specchio dorate del Grand Lisboa, visito in tutta fretta la zona tra Largo do Senado e le rovine della Cattedrale di San Paolo, cercando a tutti i costi di sopravvivere all’orda di turisti riversa in questo quadrilatero di viuzze.
delle chiese e all’eleganza degli edifici storici e dei palazzi governativi, si accosta con prepotenza la decadenza dei quartieri residenziali, imprigionati da fitte grate di ferro a protezione della proprietà e delle mutande stese al sole, oltre le quali s’affollano piante di ogni specie e uccellini in gabbie dorate. In queste strade si susseguono chiese grandi e piccine, inoperose o brulicanti di fedeli che pregano immersi nella penombra fresca delle navate.




















semplicemente risposto ad un annuncio postato da una ragazza inglese su una pagina dedicata agli espatriati di Hong Kong. La giovine in questione stava per lasciare l’appartamento in cui era vissuta per un po’ e dava via, GRATIS, tutte le cose che non aveva intenzione di portare via con sé: un divano biposto, un letto singolo con tanto di materasso, un tavolo, un appendiabiti e…un ferro da stiro!
foto di mobili, vasi, accessori per la casa e la persona, libri, borse firmate, auto, carrozzine, bici e chi più ne ha più ne metta. Con un po’ di pazienza, curiosità e, ovviamente, un pizzico di fortuna, per poche centinaia di dollari si trovano tante cosine in ottime condizioni utili (e non) per arredare, decorare o semplicemente soddisfare la smania consumistica degli internauti locali. Sulla scia di simili esigenze, i social network e i forum on line sono diventati un ebay a costo zero, un robivecchi virtuale o, se vogliamo, il “saponaro” dei tempi moderni. Per chi non lo sapesse, quello del saponaro era un mestiere diffuso a Napoli fino ai primi anni ’90: i cosiddetti sapunar’ giravano per le case raccogliendo oggetti e mobili usati lasciando in cambio non denaro ma sapone, donde il nome. Gli oggetti così raccolti venivano poi venduti in strada su carretti ambulanti, il cui sopraggiungere era annunciato da cantilene urlate a squarciagola che svegliavano i vicoli dei quartieri solleticati dal sole del mattino. Certo, l’annuncio su internet è meno folkloristico e assolutamente menomato del potere aggregante di un carretto fermo in strada intorno al quale s’affollano fanciulli e massaie. Però funziona. E funziona pure bene.
In un paese in cui molti espatriati non guidano perché i mezzi pubblici arrivano dappertutto ad ogni ora del giorno e della notte (e chi lo fa, di media, ha un fuoristrada fiammante e decappottabile assolutamente NON adatto ad un trasloco), per recuperare gli oggetti più ingombranti c’è bisogno di trovare (sempre on line ovviamente) un “man with a van“, ovvero un omino col furgone che, oltre a far da autista, si occupi anche di smontare ed eventualmente rimontare a domicilio il nuovo pezzo d’arredo. Gli oggetti piccoli, invece, sono ritirati personalmente a casa del venditore (come ho fatto io con il mio ferro da stiro) o ad un’uscita della metropolitana. La cosa buffa è che in quest’ultimo caso lo scambio avviene
solitamente senza varcare i tornelli: nelle ore di punta le transenne che dividono la zona a pagamento dall’area del transito e delle biglietterie della MTR brulicano di gente che si scambia soldi e oggetti dalle due parti opposte della barricata. In altre città questo sistema sarebbe già stato perfezionato per fregare il malcapitato di turno. Qui, invece, va sempre tutto liscio. Almeno così pare.
dover alzare le tende e di ricominciare – per l’ennesima volta – da un’altra parte, assecondando la mia natura vagabonda e marinaia.








mitica “sedia rotante” usata da Pozzetto nel “Ragazzo di campagna” esiste davvero! L’ho vista coi miei occhi. E ora provate a spiegare al commesso perché gli ho riso in faccia per un quarto d’ora se riuscite…
ti guardi in giro e ti rendi conto che nulla esiste di ciò che c’era un tempo. Tutto chiuso, tutto muto. E a girare per le strade ti sembra di vivere in una città fantasma, popolata da pochi pallidi passanti e da serrande rigorosamente calate. Su ognuna di esse troneggia un piccolo cartello rettangolare, quasi sempre in carta rossa decorata, che, in bella grafia, segnala agli sfortunati avventori la data di riapertura dopo una sfilza infinita di auguri per il nuovo anno. A questa catastrofe commerciale si oppongono i “7eleven” (ma quelli, si sa, saranno aperti anche nel 2134 con cyborg al posto dei commessi) e alcuni timidi ristoratori che, spinti da una sorta di dovere civico della serie “qualcuno dovrà pur far da mangiare a questi poveri ed affamati stranieri-turisti-o-cinesi-senza-famiglia-numerosa-con-tavola-imbandita-a-festa”, tengono aperto aumentando i prezzi del 10%… Del resto, quando si ha fame e in dispensa è rimasto solo un barattolo di minestrone in scatola, si paga volentieri di più.




