Ricci e capricci

**** Colonna sonora consigliata durante la lettura: La donna riccia – Domenico Modugno ****

Sarà che sono riccia, sarà che sono vecchia e rompiscatole o che nessuno nota mai la differenza quando ci vado, ma io, come direbbe il puffo brontolone: “oooooooodio andare dal parrucchiere!”. Eppure, maledetta me, dopo svariati di mesi di incuria ed ostinata indifferenza, arriva sempre quel triste momento in cui, dinanzi allo specchio, sono costretta a prender coscienza che il cespuglio che ho sulla testa non è più gestibile con pinze e pinzette appuntate qui e là. È in quell’istante che devo arrendermi alla triste e dolorosa realtà: mi serve una spuntatina.

 Unknown

Visto che, anche se i capelli me li tagliasse Jean Louis David in persona non sarei comunque contenta del risultato, di solito la mia pigrizia cronica mi spinge ad entrare nel primo parrucchiere disponibile nel raggio di 50 metri dall’ingresso di casa. Fortuna (o sfortuna?!) vuole che qui ad Hong Kong non devo nemmeno stancarmi a fare 50 metri, perché il parrucchiere più vicino è praticamente dall’altro lato della strada. Il salone si chiama “I.W.C. Hair”… sì, esatto, “…W.C.”, e, forse, ripensandoci, non è un caso: l’ambiente è pulito ma non è esattamente stiloso. Al suo interno si aggirano loschi individui dai tagli improbabili che accarezzano piastre per capelli infilate ai lati dei pantaloni, stile pistolero del Far West in attesa della prossima vittima.

Diversamente dai saloni cinesi “farlocchi” (in cui il core business si svolge di solito nel retrobottega dove signore compiacenti il massaggio non lo fanno esattamente al cuoio capelluto…!), in quelli seri devi scegliere da chi vuoi farti tagliare i capelli prima di andare sotto ai ferri. Le scelte di solito sono tre: apprendista, parrucchiere esperto o “maestro“. Ovviamente, io scelgo sempre il maestro nella vana speranza che sappia il fatto suo e non vada giù direttamente di tosaerba sulla mia capoccia. Ma provate ad immaginare un cinese abituato a tagliare spaghetti neri, lisci e spessi come fili di rame, alle prese con i capelli ricci di una straniera che, per giunta, non parla nemmeno la sua lingua: “DISAAAGIO” (cit.)!

Il maestro di IWC Hair si chiama Frankie, costa la modica cifra di 209HKD e la storia d’amore tra lui e i miei capelli dura ormai da un anno. Frankie, infatti, 1235934_1417843541768056_581951717_nè piuttosto bravo nel taglio. Non che ci voglia un genio a ricalcare la mia scalatura di pari passo, però, rispetto ad altri hair-stylist italiani, almeno Frankie non conosce Lory Del Santo e non si ispira a lei quando mi accorcia il ciuffo! In compenso, nella messa in piega Frankie è proprio un cane.

La prima volta che mi sono affidata a lui, per esempio, senza aver precedentemente usato nessun tipo di schiuma, gel, balsamo o unguento miracoloso, mi ha sparato in testa l’asciugacapelli alla massima potenza in perfetto stile galleria del vento. Risultato? Facile: quando sono uscita dal negozio sembravo il Re Leone. Mi mancava solo la coda. Aaaarrrrfff!

Ma sbagliando si impara e così, la seconda volta che sono andata da lui mi son portata dietro spuma per capelli e il mio amante segreto: messer Diffusore. Dopo il taglio, ho propostoUnknown a Frankie di usare sottobanco i miei trucchi del mestiere ma lui, per tutta risposta, mi ha guardato sornione e mi ha detto: “I know what you need!”  …   “Cavoli!” – ho pensato io – “tu sì che sei il maestro!

Purtroppo mi sono dovuta ricredere quando dal suo cassetto delle meraviglie ha tirato fuori uno strano arricciacapelli composto da un tubo ad aria calda con dentro una ventola nel quale ha fatto turbinare i miei capelli che sono diventati, così, due enormi boccoli. E quando dico “due boccoli” intendo proprio DUE di numero: uno a destra e uno a sinistra. Agghiacciante.           Poco dopo, non contento, mi ha tirato su delle ciocche sulla fronte e, ripetendo “oh beautiful! oh beautiful!”, è andato in estasi mentre mi trasformava nella piccola idiota della “Casa nella Prateria”. 

Poiché di solito non c’è due senza tre, stamane rieccomi alla porta del salone I.W.C. in piena emergenza spuntatina. Con mia grande sorpresa, però, la commessa mi spiega, non so bene in che lingua, che Frankie non c’è: “Sono solo le 10:30 del mattino” – mi dice – “e lui non arriverà prima di un’ora… del resto, lui è il maestro!” 

Dopo un attimo di esitazione, visto che ho un po’ fretta, chiedo a gesti se c’è qualcun altro che possa sfoltirmi la criniera. Ed è allora che arriva un giovanotto sulla trentina, nemmeno male, che mi fa accomodare su una delle poltrone in ecopelle marrone e mi studia il taglio. Per un attimo mi illudo che possa essere meglio di Frankie, ma… ma… ma com’è che non mi fa scortare dalla sua collega alla zona shampoo??!? E… e… e com’è che ha già in mano un pettine, delle forbici e prova a pettinarmi una ciocca facendomi un male cane?! Terrorizzata, appanicata e in piena crisi respiratoria chiedo come pensa di procedere e lui mi dice: “Don’t worry!”.  … … “Don’t wooorry”?!? … Well, I DO WORRY e prima che questo pazzo furioso dia la prima sforbiciata ai miei capelli ricci, irsuti e completamente ASCIUTTI, sono già fuori dal negozio che urlo: “I’ll come back later!! Byeeeeee!”

A questo punto vi chiederete se sono sul serio tornata più tardi. La risposta è:

“Ovvio!”

Dopo l’esperienza mattutina con Edward-mani-di-forbici ho capito che Frankie rappresenta la mia unica speranza di sopravvivere in mezzo a questo popolo di lisci. E anche se alla fine, dopo aver fatto il suo dovere con le forbici, ha provato a infilarmi sotto un’astronave per asciugarmi i capelli, io ho perso il mio ultimo briciolo di buona educazione e ho stroncato sul nascere il suo tentativo di pettinarmi alla Cocciante e sono scappata via con i capelli bagnati, correndo a casa a farmi la piega da sola!

Fiuuuuu! Pericolo scampato… almeno fino alla prossima puntata!

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Aifon

Natale, si sa, vuol dire stress da regali.

E per chi ha l’uomo con la vena tecnologica e un po’ di quattrini da spendere non c’è nulla di meglio di un gingillo elettronico. Magari uno con il simbolo di una mela mezza rosicchiata, giusto per andare sul sicuro.

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Ad Hong Kong, “Apple Store” vuol dire IFC o Causeway Bay. E al lancio in anteprima dell’Iphone 6 confesso che anche io ho deciso di andare a curiosare all’Hysan Place per vedere e toccare con mano il nuovo oggetto dei desideri collettivo. Per farlo, ho sfidato il caldo di fine settembre, ho schivato gomitate e spintoni e, muovendomi con destrezza tra la calca di un fine settimana qualunque, zitta zitta, quatta quatta, mi sono “infizzata” dentro la bottega di Causeway Bay.

Prima di entrare ho sinceramente pensato che probabilmente, oltre al telefono, lì dentro vendessero anche pane, latte e altri beni di prima necessità tanto 2014-09-21 13.12.48intenso era il via vai di consumatori ipereccitati che facevano la spola tra l’ingresso e la cassa. Una volta all’interno, però, ho capito che tra quelle pareti di vetro non c’era nulla di commestibile e che tutti quelli che si trovavano lì in quel momento avevano un solo obiettivo nella capoccia: curiosare, smanacciare e provare ogni singolo device in esposizione ovvero comprarne o ritirarne uno.

Poiché il mio obiettivo era palesemente il primo, mi sono fatta largo tra la folla e, dopo aver provato tutte le nuove funzioni dell’Iphone 6 e aver intasato la memoria del modello in esposizione con foto di tutto quello che mi capitava a tiro e video inutili girati in slow-motion o time-lapse, sono uscita soddisfatta su Kai Chiu Street, strizzando l’occhio al mio cellulare vecchiotto e un po’ stropicciato ma, a conti fatti, ancora in forma smagliante.

Una volta fuori, oltre che dal solito fiume di teste nere e lisce con squatfrangetta in marcia disordinata e confusa, la mia attenzione è stata subito catturata da montagne di Iphone 6 ancora incellofanati, accantonati qua e là in punti diversi del marciapiede. Davanti ad ogni cumulo di telefoni, un paio di cinesi di frontiera dai dialetti incomprensibili erano seduti sui talloni con un pacco di banconote da 500HKD in mano.

(Parentesi: ebbene sì, i cinesi riescono a stare seduti così per ore ed ore ed ore ed ore ancora. Io se ci provo, invece, precipito all’indietro senza grazia coprendomi di ridicolo e ogni volta, tra un impropero e l’altro, mi chiedo sempre “ma come diavolo fanno questi?!” Mistero di Confucio. Chiusa Parentesi).

Tornando ai telefoni, quel giorno mi sono subito chiesta cosa ci facessero lì, in bella vista proprio davanti all’Apple Store, tutti quei cellulari. E perché nessun poliziotto sembrava curarsene? Da brava napoletana vissuta in Cina per anni, il mio primo pensiero è stato: “Mitici. Questi vendono iphone tarocchi proprio qui fuori all’Apple Store!!!” Grasse risate.

Poi, però, osservando meglio le trattative che si concludevano a due passi da me ed origliando frammenti di conversazioni in cinese qui e là, ho capito che questi ambulanti non vendevano i telefoni incriminati, bensì li ACQUISTAVANO!

Motivo?

Portarli di contrabbando in Cina con modalità super ingegnose e talvolta esilaranti (l’uomo che li ha nascosti nelle mutande per passare la dogana ha decisamente vinto!) così da guadagnare qualche soldo facile là dove il telefono in questione all’epoca dei fatti non era ancora disponibile.

500hkd

Il meccanismo tutto sommato era semplice: molti di quelli che, armati di pazienza, erano riusciti a prenotare in anticipo sul sito della Apple uno degli Iphone 6 disponibili in prevendita, entravano nel negozio per ritirare l’acquisto e appena fuori lo rivendevano seduta stante a questi loschi personaggi, guadagnando così qualche centinaio di Hong Kong Dollars. I più scaltri, ripetendo il giochino un paio di volte, sono riusciti addirittura a guadagnare i soldi necessari a comprare un nuovo melafonino senza attingere un  centesimo dai propri risparmi. Mica male.

Ma la cosa ancora più buffa è che dopo qualche mese di tregua, poche settimane fa, proprio mentre ero a passeggio tra le stradine di Causeway Bay, eccoli di nuovo: i bagarini dell’Iphone!!! Sono tornati!!

Ma a fare cosa se la prevendita è ormai esaurita da tempo?

Ovvio: a rivendere il nuovo gingillo elettronico ormai introvabile nei negozi ufficiali della mela rosicchiata, attingendo alle risorse accumulate nei mesi passati. Ed ora che il Natale è ormai alle porte, non c’è che dire, i cinesi si confermano dei furbi e bravi mercanti, sempre pronti a sfruttare le voglie dei consumatori e le tendenze del momento. E, dunque, se non trovate il telefono dei desideri nei negozi con logo ufficiale, sappiate che con un piccolo sovrapprezzo il vostro regalo di Natale potrà essere salvo. Magari accompagnato da un bel “pacco”. Chi lo sa.

Nel dubbio, io sotto l’albero ho messo un maglione con l’alce.

Auguri!!!!!

http://shanghaiist.com/2015/01/28/hong_kong_woman_caught_at_shenzhen.php

Una puntatina…

Un’oretta di traghetto da Hong Kong, quasi come andare da Sorrento a Ischia, ed eccomi per la quarta volta a Macao.

Aomen 澳门, “La porta d’accesso alla baia”, originariamente era un’isola adagiata nel delta del Fiume delle Perle. Nel XVII secolo è stata poi trasformata in una piccola penisola, collegata alla Cina continentale da un sottile istmo artificiale. La penisola è a sua volta connessa alle isole di Taipa e Cloane attraverso tre ponti dal profilo sinuoso che, con un balzo lungo circa 4 km, scavalcano la baia come dei dragoni volanti. Per complicare di più la faccenda, anche le due isole che un tempo erano separate, sono ora unite da un terrapieno artificiale chiamato “Striscia di Cotai” e formano, così, un’unica grande isola.DSC_0047 copia

Dopo qualche saltello sulle onde increspate, la prima cosa che ogni volta mi sorprende quando varco “La porta d’accesso alla baia” sono i cartelli che mi danno il benvenuto. Questo, infatti, credo sia l’unico posto al mondo in cui i caratteri cinesi sono seguiti da traduzioni in portoghese e non in inglese.

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Indicazioni quali “抵奥游客 Visitantes”, “出口 Saida”, uniti alle insegne delle strade e ai cartelli pubblicitari in doppia lingua, delineano fin dal primo istante i contorni della cultura sincretica di Macao, ritornata alla Cina nel 1999 dopo circa 400 anni di dominio portoghese. Al di là della geografia un pelino complessa, infatti, il fascino di Macao si basa su due fattori principali: il retaggio coloniale e il lusso sfrenato dei casinò.

Il Gran Lisboa
Il Gran Lisboa

DSC_0098 copiaSuperati i controlli doganali e la fitta barriera di avvenenti signorine in minigonna che invitano i turisti a salire su uno degli shuttlebus gratuiti diretti ai casinò, mi tuffo a capofitto nelle stradine del centro e, dopo il pugno agli occhi inferto dalle pareti a specchio dorate del Grand Lisboa, visito in tutta fretta la zona tra Largo do Senado e le rovine della Cattedrale di San Paolo, cercando a tutti i costi di sopravvivere all’orda di turisti riversa in questo quadrilatero di viuzze.

Fuori dalla serpentina di negozi di carne essiccata e dolcetti alle arachidi presi d’assalto dai turisti cinesi (che, si sa, sono patiti dei souvenirs a carattere culinario!), il centro storico di Macao è pigro e sonnolento. Qui il tempo sembra essersi fermato e all’opulenza 2014-11-02 12.14.28 copiadelle chiese e all’eleganza degli edifici storici e dei palazzi governativi, si accosta con prepotenza la decadenza dei quartieri residenziali, imprigionati da fitte grate di ferro a protezione della proprietà e delle mutande stese al sole, oltre le quali s’affollano piante di ogni specie e uccellini in gabbie dorate. In queste strade si susseguono chiese grandi e piccine, inoperose o brulicanti di fedeli che pregano immersi nella penombra fresca delle navate.

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Pochi chilometri più in là, lontano da questa pace e da questo silenzio, c’è un’altra Macao. Una Macao fatta di luci sfarzose e pacchiane, di hotel e casinò grandi come città, dove lo shopping è un must, e una puntatina al casinò pure.

Al momento, in attesa del completamento del Parisienne, il complesso più folle secondo me è quello del Venetian, copia carbone della famosa laguna, con tanto di piazza San Marco, Canal Grande, ponti, ponticelli, gondole e gondolieri (dai tratti asiatici però!) che si muovono sotto ad un cielo al crepuscolo puntellato di nuvole a pecorelle in cui, però, il sole non tramonta mai. Identico a quello di Las Vegas, con i suoi 980.000 metri quadri il Venetian è il settimo edificio più grande del mondo e al suo interno ospita svariati convention centre, shopping mall, un hotel con tremila (!!!) suites e, ovviamente, un casinò che da solo copre un’area di circa 50.000 metri quadri.

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Oltre alla roulette, al poker, ai dadi e alle slot machines, il padrone indiscusso qui è il Baccarat, un gioco con carte francesi che io non capisco, ma che spopola tra i cinesi che adorano scoprire (“trizziare” in napoletano) gli angoli delle carte piaaano-piaaanino, confidando nella buona sorte e nel dio protettore delle ciotole di riso. Questa volta però, girando un po’ tra i tavoli di un paio di casinò, ho avuto l’impressione che fossero tutti molto meno affollati rispetto all’ultima volta che li avevo visitati un anno fa. Adesso, all’interno delle sale non si può più fumare e, conoscendo i cinesi, questo è sicuramente un buon motivo per lasciar perdere il poker e sfondarsi di birra altrove. La mia impressione è stata confermata da un articolo pubblicato stamane sul South China Morning Post secondo il quale in ottobre la serrata campagna anti-corruzione, il divieto di fumo indoor e le proteste ad Hong Kong hanno causato un calo del 23% negli introiti dei casinò di Macao. Sarà anche vero, ma tra i banchi gestiti da abili croupier che muovono le mani secondo una precisa e raffinata coreografia, anche questa volta ho visto giocatori puntare e perdere decine di migliaia di dollari in pochi secondi per un numero sfortunato alla roulette e altri vincere la cifra inverosimile di 100.000 patacche (circa 10.000 euro) in un colpo solo.

E allora mi sono chiesta quanti zeri avesse il conto in banca di queste persone.

Di certo molti, ma mooooolti di più del mio.

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Ciò nonostante, confesso che anche io mi son fatta prendere dalla febbre del gioco e, durante la mia puntatina al casinò, mi sono divertita come una matta giocando ai dadi. Ovviamente, grazie alla fortuna del principiante, ho vinto ben 7 euro, cifra che ho perso con gli interessi il giorno dopo, quando ormai i dadi sapevano che non ero più principiante e mi hanno fatto il culo!

Allora ho deciso di levare le tende e puntare verso nord-est: direzione… Hong Kong Island!

Walk on

Da qualche giorno il centro di Hong Kong è ricoperto da chiazze di persone, studenti e manifestanti in camicia nera con un nastro giallo sul petto che bloccano i luoghi simboli della città: Admiralty, Causeway Bay, Mong Kok. Chiedono il suffragio universale, chiedono di poter scegliere in piena autonomia il proprio leader alle elezioni politiche del 2017.

Ma chi mi conosce lo sa, la politica non rappresenta il centro dei miei interessi. Anzi. Per questo non ho intenzione di entrare nel merito della questione ma solo di rispondere a tutte le persone che mi hanno chiesto: “Beh, come va lì?”.

Qui va bene. A parte qualche piccolo disagio, la mia vita sull’isola continua quasi come prima. “Quasi” perché adesso nell’aria si respira qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo. Si avverte un senso di eccitazione collettiva, un’emozione palpitante alimentata dalla consapevolezza di vivere un momento storico importante, di essere spettatori di una grande impresa.

Tutto è iniziato lo scorso venerdì 26 settembre 2014. Dopo il tramonto sono andata in uno dei miei “luoghi del cuore”: Tamar Park. Cercavo solitudine e invece mi sono ritrovata nel bel mezzo di una manifestazione studentesca. Ho chiesto un po’ in giro e mi hanno detto che c’era uno “student’s strike”. Colpo al cuore immediato. Poco oltre, infatti, centinaia di studenti erano seduti in ordine ad ascoltare i leader del movimento che, con toni concitati, esprimevano le proprie idee sull’onda dell’approvazione generale. Pur non capendo una sola parola di quello che dicevano (benedetto cantonese!!), per un momento sono precipitata verticalmente – come Mary Poppins – in uno dei miei libri di storia e, come in un sogno, mi è sembrato di essere ai bordi di un’altra piazza di tanti, tanti anni fa…

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La sensazione di vivere un momento importante è continuata sabato sera quando alla tv ho visto quello che stava succedendo in centro: centinaia di manifestanti avevano occupato Connaught Road e la polizia aveva provato a disperderli con i lacrimogeni. Le immagini degli scontri ripetute senza posa dalle emittenti locali avevano qualcosa di surreale: sembravano così lontane dalla pace del mio quartiere che ho fatto fatica a credere che stava davvero accadendo tutto a 4 km da me. Allora il giorno dopo mi sono messa in marcia e sono andata a Causeway Bay. Non posso spiegare cosa ho provato nel vedere persone di ogni età che, pur senza conoscersi, si erano radunate insieme in nome di uno stesso ideale. Ho visto l’area intorno a SOGO (lo shopping mall più famoso della città) che di solito pullula di persone che si muovono in frenetiche battute di caccia alla ricerca dell’accessorio più trendy o dell’iphone più figo, congelata in un’immobilità innaturale. Ho osservato qualche manifestante fare il giro tra i “compagni” per distribuire (a loro o ai curiosi come me) frutta, bibite, acqua o salviettine imbevute. Mi sono fermata a leggere gli slogan colorati appesi ai lampioni e ai semafori, ho ascoltato i cori che ogni tanto si alzavano dalla folla ed essere lì in quel momento, camminare in mezzo a centinaia di studenti, signore, bambini, vecchi col cappello pigiato sulla testa, tutti seduti in terra pacifici, tranquilli e allo stesso tempo determinati, mi ha lasciata senza parole.

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Negli ultimi giorni le cose sono un pelino cambiate e da giovedì sera sono sinceramente preoccupata: non per me, ma per i ragazzi ancora in strada, per gli scontri che si ripetono tra pro e anti Occupy, e perché un piccolo errore può mettere a repentaglio l’incolumità di migliaia di persone. Oggi siamo all’ottavo giorno di proteste e, anche se l’impatto sulla vita degli abitanti dell’isola è stato limitato e ha investito soprattutto i settori dell’istruzione (le scuole dei distretti centrali ed orientali sono rimaste chiuse per diversi giorni) e dei trasporti (63 linee di autobus sono state cancellate, altre sono state ridisegnate ad hoc per aggirare le zone occupate, i taxi sono costretti a fare dei giri più lunghi e le linee dei tram sono interrotte a Causeway Bay), la città è in allarme: i manifestanti cominciano a spaccarsi in fazioni e sottogruppi che litigano tra loro per le scelte da compiere e l’atteggiamento da tenere, gli attacchi a Mong Kok contro la folla radunata in strada si ripetono, il governo ha dichiarato che entro domani gli uffici e le scuole “DEVONO” riaprire e i rappresentanti delle università hanno invitato gli studenti a liberare le strade “and put safety first”.

Io non ho idea di come andrà a finire e di cosa augurarmi, sono attaccata con il naso alle dirette tv e spero che nessuno si faccia male. Intanto una traccia continua a suonare senza posa nella mia testa. Mi pare dica “Walk on, walk on, What you got they can’t steal it, No they can’t even feel it, Walk on, walk on, Stay safe tonight…

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Ex – expat, exchange

Ho un nuovo ferro da stiro.

Stamattina ho buttato via quello che avevo perché, poverino, non ha superato il trauma di vedermi stirare e si è suicidato.

Ma morto un ferro se ne fa un altro e allora eccomi qua che già ammiro il mio nuovo compagno di sudate e bestemmie. Certo, non è niente di speciale. È uno di quei ferri normali, nessuna vaporella, stirella o diavoleria da sterminatrice di grinze munita di appretto. Speciale è, invece, la modalità con cui è giunto sul tavolo del mio salotto.

La verità, infatti, è che pur essendo in ottime condizioni, non è affatto nuovo. È usato, ma non l’ho comprato.

Vinto ad un gioco a premi?

No, spiacente.

Trovato in strada su un cumulo di rifiuti?

Nemmeno.

Ho 2014-08-04 09.46.50semplicemente risposto ad un annuncio postato da una ragazza inglese su una pagina dedicata agli espatriati di Hong Kong. La giovine in questione stava per lasciare l’appartamento in cui era vissuta per un po’ e dava via, GRATIS, tutte le cose che non aveva intenzione di portare via con sé: un divano biposto, un letto singolo con tanto di materasso, un tavolo, un appendiabiti e…un ferro da stiro!

Un ferro da stiro?? Cavoli!

Sarà mio!” mi son detta, mentre sorridevo incredula per il tempismo assolutamente sorprendente di questo annuncio nella mia vita.
Dopo essermi accordata con la proprietaria per il recupero dell’oggetto delle mie brame, all’ora stabilita mi metto in metro, arrivo in centro, cerco l’indirizzo, mi perdo, torno indietro, leggo i nomi di tutti i palazzi, seguo i civici uno ad uno come le briciole di Pollicino e poi, finalmente, nel dedalo di viuzze in salita al 70% che separano i condomini dei Mid-levels, trovo quello giusto. Entro e passando accanto ad una coppia che ha appena preso il divano e altri oggetti più ingombranti, ricambio il loro sorriso un po’ complice, consapevole che in fondo siamo tutti lì per lo stesso motivo. Giunta al 17° piano, trovo l’inglesina sull’uscio pronta ad accogliere me, una perfetta sconosciuta, e a farmi entrare nel suo appartamento, senza fronzoli certo, ma anche senza diffidenza alcuna. In quel momento ho pensato che sono davvero fortunata, e non solo perché a breve avrò un nuovo ferro da stiro, ma anche perché ho davanti la prova che c’è ancora, a questo mondo, chi si fida del prossimo, chi non ti scruta dalla testa ai piedi e chi è generoso senza chiedere nulla in cambio.

Ok, dar via le proprie cose gratis non è la consuetudine, ma di base gli scambi e le compravendite tra privati su questa lingua di terra strappata al mare sono all’ordine del giorno. Da questo punto di vista, Hong Kong è davvero un “porto di mare” nel senso che qui c’è continuamente gente che va e che viene, come la marea. E in un simile contesto il mercato dell’usato è più florido che mai. Chi arriva ha bisogno di mobili e chi parte, invece, in genere lascia dietro di sé tutte le cose che non può/vuole portarsi via.

Domanda e offerta. Nulla di più semplice.

Ed ecco allora che ogni pagina web dedicata agli expat dell’isola trabocca di annunci e di  Schermata 2014-08-04 alle 10.06.21foto di mobili, vasi, accessori per la casa e la persona, libri, borse firmate, auto, carrozzine, bici e chi più ne ha più ne metta. Con un po’ di pazienza, curiosità e, ovviamente, un pizzico di fortuna, per poche centinaia di dollari si trovano tante cosine in ottime condizioni utili (e non) per arredare, decorare o semplicemente soddisfare la smania consumistica degli internauti locali. Sulla scia di simili esigenze, i social network e i forum on line sono diventati un ebay a costo zero, un robivecchi virtuale o, se vogliamo, il “saponaro” dei tempi moderni. Per chi non lo sapesse, quello del saponaro era un mestiere diffuso a Napoli fino ai primi anni ’90: i cosiddetti sapunar’ giravano per le case raccogliendo oggetti e mobili usati lasciando in cambio non denaro ma sapone, donde il nome. Gli oggetti così raccolti venivano poi venduti in strada su carretti ambulanti, il cui sopraggiungere era annunciato da cantilene urlate a squarciagola che svegliavano i vicoli dei quartieri solleticati dal sole del mattino. Certo, l’annuncio su internet è meno folkloristico e assolutamente menomato del potere aggregante di un carretto fermo in strada intorno al quale s’affollano fanciulli e massaie. Però funziona. E funziona pure bene.

2014-08-09 17.20.47In un paese in cui molti espatriati non guidano perché i mezzi pubblici arrivano dappertutto ad ogni ora del giorno e della notte (e chi lo fa, di media, ha un fuoristrada fiammante e decappottabile assolutamente NON adatto ad un trasloco), per recuperare gli oggetti più ingombranti c’è bisogno di trovare (sempre on line ovviamente) un “man with a van“, ovvero un omino col furgone che, oltre a far da autista, si occupi anche di smontare ed eventualmente rimontare a domicilio il nuovo pezzo d’arredo. Gli oggetti piccoli, invece, sono ritirati personalmente a casa del venditore (come ho fatto io con il mio ferro da stiro) o ad un’uscita della metropolitana. La cosa buffa è che in quest’ultimo caso lo scambio avviene 2014-08-09 16.55.36solitamente senza varcare i tornelli: nelle ore di punta le transenne che dividono la zona a pagamento dall’area del transito e delle biglietterie della MTR brulicano di gente che si scambia soldi e oggetti dalle due parti opposte della barricata. In altre città questo sistema sarebbe già stato perfezionato per fregare il malcapitato di turno. Qui, invece, va sempre tutto liscio. Almeno così pare.

Ma da dove nasce l’esigenza di vendere le proprie cose on line, mi chiedo? Sicuramente dal desiderio di recuperare, almeno in parte, i soldi spesi per comprare le masserizie necessarie al vivere sull’isola da un lato, e quello di fare un buon affare dall’altro. Ma il proliferare di house clearances, garage sales e furniture exchanges non sarà forse legato anche al fatto che, di base, l’espatriato medio (dal latino ex e patria) è fondamentalmente un viaggiatore solitario che vive lontano dal paese natio? Forse, chi lo sa. Non sono una sociologa né un’esperta, ma la mia impressione è che tutti gli oggetti dismessi che “a casa” si darebbero a parenti e amici (o, in certe zone verrebbero abbandonati agli angoli di una strada periferica nella speranza che qualcuno li raccatti perché, tanto, se aspetti gli addetti comunali per il ritiro, stai fresco…!), qui possono essere lasciati in eredità (solitamente retribuita ovviamente) solo alla grande famiglia virtuale rappresentata dagli altri solitari che popolano l’isola e la rete. E allora sotto a chi tocca: che la caccia all’affare abbia inizio!

Qualche link utile:

https://www.facebook.com/groups/expathongkong/?fref=ts

https://www.facebook.com/groups/2257668489/?fref=ts

http://hongkong.asiaxpat.com/classifieds/

La tregua

Finalmente è arrivata.

La tregua.

L’armistizio dei sentimenti.

La capacità di staccarmi dalla Cina senza rancore per tuffarmi con entusiasmo in una nuova avventura.

Mi ci è voluto quasi un anno e un po’ di solitudine per allentare il cordone emotivo che mi legava a Nanjing in maniera così stretta da impedirmi di separarmi da lei senza sentirmi soffocare. Solo adesso che è successo ho capito che, prima di potermi dedicare alla scoperta di Hong Kong, avevo semplicemente bisogno di salutare la città che mi ha accolta e coccolata per 4 anni “a modo mio”. E a modo mio voleva dire da sola, alla chetichella, senza fretta e, soprattutto, senza il trambusto del trasloco, delle feste, degli addii, delle congratulazioni e delle invidie bonarie. Superato il trauma dello strappo dai luoghi e dagli affetti, sono riuscita pian pianino a mollare la mia presa sulla “Capitale del Sud” e, dopo averle giurato amore eterno, ho finalmente metabolizzato l’idea di quarry_bay_promenade dover  alzare le tende e di ricominciare – per l’ennesima volta – da un’altra parte, assecondando la mia natura vagabonda e marinaia.

Grazie a questa strana e lenta muta, sono riuscita a mettere da parte la mia arroganza di sinologa e ad abbandonarmi al fascino di Hong Kong, senza opporre più alcuna resistenza.

E devo ammettere che questo è un posto che conquista in fretta chi lascia aperta la porta dei sensi e chiude quella dei pregiudizi e dei preconcetti. Questa non è solo la città frenetica, costosa e fighetta che temevo non mi avrebbe mai accolta.  Qui ritrovo il fervore intellettuale di incontri nuovi e diversi, la bellezza di una vita accanto al mare, il piacere di passeggiare lungo banchine assolate invase dalla salsedine e da quel profumo primitivo e selvaggio che mi riconduce agli anni più dolci della mia infanzia e mi regala l’entusiasmo di ricominciare, di nuovo, da una pagina bianca. Prendere in mano la penna e iniziare a scrivere non è mai facile. Ma dopo lo sforzo della prima frase, le parole mi sfuggono via dalle dita e iniziano ad infilarsi una dietro l’altra come se fossero dotate di vita propria e scrivono, al posto mio, i tanti pezzettini di questa storia fantastica e a tratti surreale.

Oggi, ad esempio, mentre sorseggio il mio solito “macchiato with soy milk”, ho i piedi zuppi di pioggia. Ma non di una pioggia qualsiasi,storm bensì di quella del ciclone tropicale che imperversa da ventiquattro ore sull’isola. Mentre venivo qui, infatti, il cielo si è oscurato di colpo e il vento si è alzato forte dal mare. Come al solito, ci ho messo un po’ prima di capire quello che stavo vivendo. Come dico sempre, infatti, sono così lenta di comprendonio che davvero non so come ho fatto a prendere due titoli accademici, anzi quasi tre… All’inizio ho solo avuto l’impressione che qualcosa fosse diverso dal solito: le onde della baia, di solito pigre e rilassate, si sono trasformate improvvisamente in un magma scuro ed arrabbiato che picchiava con violenza contro i pilastri di cemento del molo, mentre il vento mi prendeva a schiaffi con i miei stessi capelli, che mi battevano il visto da ogni lato, quasi a volersi vendicare dei tanti colpi di pettine subiti a malincuore. L’ombrello, poi, sembrava animato da una volontà irrequieta e diabolica mentre mi trascinava nelle direzioni in cui lui voleva andare. Quando, giunta finalmente nel centro commerciale dove mi trovo ora, ho posato gli occhi su questo cartello affisso all’ingresso accanto alle bustine anti-sgocciolo per gli ombrelli in distribuzione gratuita, ho finalmente capito:

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TROPICAL CYCLONE LEVEL 3.

Cavoli!” ho pensato. “Allora i famosi tifoni estivi di Hong Kong esistono sul serio. E io sono nel bel mezzo di uno…”

………

“Che figata!

Certo, un tifone di livello tre è da principianti. Chi è nato o vive qui da un po’ quel cartello non l’ha nemmeno guardato. Ma per me, che vengo da tutt’altra parte, questa è comunque un’esperienza incredibile che mai avrei sognato di fare quando, col naso all’insù, mi proiettavo, fighissima, in paesaggi lontani e diversi. Certo, parliamo comunque di pioggia che, per fortuna, dopo una mezz’ora di scatafascio, di solito smette e lascia spazio di nuovo al sereno. Ma, tutto sommato, penso che se riesco ad esaltarmi per un tifone vuol dire proprio che sono nel giusto mood per tirare fuori il meglio da questa nuova vita che mi si proietta davanti.

E allora, eccola.

L’ho firmata.

La tregua.

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Uffa la muffa!

Negli anni che ho trascorso in Cina (ben 5 e mezzo ormai), ho imparato che il detto “Vedi Napoli e poi muori” ha un senso ben preciso. Un senso che non si riferisce solo alle bellezze naturali della mia terra, le quali mozzano il fiato anche a quelli che ci chiamano, con disprezzo o per diletto, “terroni”. In questi anni, dicevo, ho imparato che dopo aver visto Napoli, “poi, muori” perché il clima, ovunque tu vada dopo, t’ammazza.

Qui è troppo caldo, lì è decisamente troppo freddo, di là piove sempre, di qua c’è la nebbia, sopra è troppo secco, sotto è troppo umido. Insomma, pare che in nessun altro posto al mondo si possa trovare quell’alchimia, quella mistura perfetta d’elementi d’aria, acqua, terra e fuoco tanto congeniale al vivere umano e che contribuiscono a rendere Napoli una città indimenticabile.

La cosa buffa è che, di solito, un solo aggettivo è sufficiente per riassumere e descrivere brevemente il clima di una qualsivoglia area geografica:

Caldo, punto.

Freddo, punto.

Piovoso, punto.

Quello che ho scoperto io, che sono nata su quella lingua di sabbia nera schiacciata tra il Vesuvio ed il mare, è che per la Cina, invece, bisogna usare tanti, ma tanti aggettivi assieme, perché la mia seconda patria è calda, fredda, piovosa, nebbiosa, ventosa, secca in alcuni periodi dell’anno e vergognosamente umida in altri.

L’espressione “vergognosamente umida” farà sorridere quanti abbiano vissuto in alcune zone della Cina per un po’ di tempo e farà, forse, ridere a crepapelle quelli che, come me, si sono poi trasferiti ad Hong Kong. Di base, infatti, la Cina continentale mi ha abituata alle giornate uggiose, al cielo grigio e coperto, e ai grattacieli avvolti nella nebbia stile Gotham City. images-3Di conseguenza, quando apro le tende e anche qui, oltre lo stretto braccio di mare che mi fronteggia, faccio fatica a vedere i grattacieli che so essere sull’altra sponda, non me ne curo ormai più di tanto. Nelle giornate così, penso sempre che, in fondo, l’azzurro del cielo è una cosa preziosa, e che la natura fa bene ad esserne gelosa e a nasconderlo dietro le nuvole per un po’. Così poi, quando esso vien fuori, ci lascia tutti con la bocca e gli occhi spalancati, come un bimbo davanti ad un albero di Natale.

Magra consolazione? Beh, sì, forse. Ma meglio di niente.

Quello a cui la Cina non mi ha abituata, invece, è la pioggia in stile “vaporizzatore” che in questi giorni cade senza posa su Hong Kong. Già, perché qui è così umido che la pioggia si manifesta in forme innovative e stilose, così d’adattarsi all’animo fighetto degli abitanti della città.

Oltre a tifoni di varia intensità, ai normali temporali e alle piogge torrenziali, infatti, qui ad Hong Kong certe volte piove a spruzzo, quasi come se la pioggia fosse erogata meccanicamente da un nebulizzatore gigante, di quelli che d’estate, in spiaggia, rinfrescano i bagnanti con mille goccioline microscopiche, talmente microscopiche che, di fatto, non bagnano nemmeno. Ecco, quando ad Hong Kong piove così, ti chiedi per un attimo se valga davvero la pena aprire l’ombrello. Poi ti tocchi i capelli e ti accorgi che sono praticamente asciutti: allora ti decidi a proseguire a passo svelto, borbottando contro il Dio della Pioggia e pregando che il suo nebulizzatore prima o poi si inceppi.images-2

L’alto tasso di umidità che attanaglia Hong Kong ha effetti catastrofici anche sugli appartamenti. Nelle case hongkonghine (o hongkonghesi che dir si voglia), il bucato impiega una vita ad asciugarsi e, per questo motivo, l’asciugabiancheria e il deumidificatore – che all’inizio sembrano un lusso da espatriato fighetto che tu, no, non userai mai e poi mai! – diventano, tempo due mesi, componenti fondamentali dell’arredamento e, nei casi più disperati, veri e propri membri della famiglia.

Sempre a causa dell’umidità, gli appartamenti sono spesso invasi da colonie di muffe in gita organizzata. Purtroppo, questi ospiti non graditi sono sfacciati e un po’ maleducati e, a volte, organizzano un picnic proprio dove meno te lo aspetti. Dopo una prolungata assenza, ad esempio, il mio ultimo rientro ad Hong Kong è stato ravvivato da una scoperta che mi ha lasciata di stucco.

Cosa ho scoperto?

Che la muffa è capace di nascere sui tacchi delle scarpe e addirittura tra i gioielli!!

Adesso, a raccontarlo, sorrido, ma avrei voluto vedere la mia faccia quando ho aperto il portagioie… così, ad occhio e croce, immagino che la mia espressione ricordasse vagamente quella del Grinch. Blè! The_Grinch-primo-piano

Ma oltre a tutte queste catastrofi, guardiamo anche il lato positivo di cotanta umidità: i miei ricci stanno su che è nà bellezza! Cosa voglio di più??

E poi, a pensarci bene, il clima non esattamente invidiabile fa un po’ parte del gioco. Se la Cina non avesse difetti, probabilmente non sarebbe così affascinante. E poi così, almeno, i “principianti di Cina” e gli odiosissimi “espatriati dallo spirito colonialista” (come li chiamo di solito) hanno un elemento “serio” per denigrare e criticare questo paese che poi, a conti fatti, dà loro da mangiare con posate d’argento. Quello che vedo io, invece, è che la Cina è un posto incredibile, che non si fa mancare proprio nulla e che non perde occasioni per sconvolgerti la mente, scuotere ognuna delle tue piccole certezze e farti capire che, in fondo, la “normalità” non esiste, che ogni punto di vista è relativo e che il mondo è bello perché è vario.

E tu sei piccolina…

Che i cinesi siano tanti non è nessuna novità.

Ma fino a che sono distribuiti, con le dovute improporzioni, entro i confini di un territorio grande 9 milioni di km2,  ancora si riesce a trovare, lontano dalla popolosa fascia costiera, qualche posto che non sia ricoperto da un tappeto di capocce nere e lisce con frangetta.

Cosa succede, invece, quando 7 milioni di cinesi si trovano tutti insieme su una superficie grande meno della metà della Valle D’Aosta?

Semplice.

Succede che si sta stretti.

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Una volta atterrati sull’isola di Bruce Lee, l’entusiasmo del viaggio è generalmente messo a dura prova dalla metratura delle camere d’albergo. Infatti, basta passare una notte in un hotel di fascia media ad Hong Kong per capire come dovette sentirsi Gulliver una volta naufragato sulla terra di Lilliput. Quella che in internet era millantata come “ampia camera con letto matrimoniale” si rivela, più spesso che non, un quadratino Loacher, un trancino Balconi, insomma: un letto con una cornicetta di stanza intorno. Le camere, di solito, sono così piccole che, secondo le mie “disorientate” amiche, se si è in due bisogna incastrarsi in un puzzle perfetto, un pezzettino alla volta, come le tessere del Tetris, per farci stare tutto e tutti. Certo, immagino che la suite del Peninsula regali emozioni diverse, ma restiamo coi piedi per terra… Anzi no, mettiamoli sul letto perché in terra non c’è posto manco per quelli.

La mancanza di spazio nell’ex colonia britannica ha aguzzato l’ingegno di architetti e  ingegneri i quali, certi che la volta celeste fosse tanto, ma taaanto lontana, hanno aggirato l’ostacolo costruendo verso l’alto. Il risultato di questa scelta è ben sintetizzata dallo skyline di Hong Kong, affollato di grattacieli che si sfidano l’uno con l’altro, che si accavallano ed attorcigliano tra loro in una folle gara per fare il solletico alle nuvole. Alcuni di questi poi, pur avendo altezze vertiginose, hanno un perimetro così piccolo che, a guardarli, la mente vacilla e sembra davvero di poterli abbattere, come una tessera di domino, con un colpo bene assestato.

Poco spazio vuol dire anche case piccole e costose compresse in grattacieli fitti come alveari e altissimissimi.

ImmagineNella mia spasmodica ricerca di un tetto sulla testa ho visto più case di bambola che case per umani. Di media gli appartamenti hanno stanzini claustrofobici che sono definiti “master bedroom“, ovvero “camera da letto principale”. Queste, come suggerisce la parola, sono proprio “camere DA letto”, nel senso che ci sta quello e basta.

Comodini? No, grazie.

E l’armadio?

Well, you can put it somewhere else” – mi dicevano gli agenti.

“Where else?!” – mi chiedevo io – “In casa del vicino?!”

Poi ho capito che basta spendere un paio d’anni di risparmi in uno di quei negozi d’arredo fighetti che si affacciano su Java Road e… voilà… Problema risolto! Lì, i mobili sono progettati su misura da designer che sembrano degli scienziati pazzi visto che si inventano letti che escono da pareti attrezzate, tavoli che scendono magicamente dal soffitto e scarpiere che si nascondono dietro a specchi e librerie. Con mia grande sorpresa ed immensa gioia, in uno di questi negozi ho capito che laImmagine mitica “sedia rotante” usata da Pozzetto nel “Ragazzo di campagna” esiste davvero! L’ho vista coi miei occhi. E ora provate a spiegare al commesso perché gli ho riso in faccia per un quarto d’ora se riuscite…

…”Taaak…!”

Certo, se decidi di vivere in un posto che conta 6480 abitanti per km2 (sì, sì, proprio seimilaquattrocentoottanta!) certe cose le devi mettere in conto. Eppure, dopo due mesi, ancora non riesco a smettere di sorridere quando, per usare un bagno pubblico, devo praticamente abbracciarmi alla tazza per poter chiudere la porta, quando l’operaio della lavatrice resta bloccato in cucina perché, tirato fuori l’elettrodomestico dalla sua nicchia, non può più aprire la porta, o tutte le volte che resto incastrata sul marciapiede dietro persone che camminano troppo lentamente per i miei gusti e, nonostante gli sforzi, non riesco a superarle perché sono circondata su tutti i fronti, e allora sembro Mr. Bean bloccato sulle scale dalla vecchietta inglese.

E’ in condizioni come questa che la concezione di spazio vitale viene messa a dura prova e, pian piano, si riscrive sul corpo assumendo dei caratteri completamente nuovi, inaspettati e ristretti, come un maglione lavato a temperature troppo elevate ma che, tutto sommato, ancora ti sta bene.

…Bum!

Le vacanze per il capodanno cinese sono appena finite e Hong Kong finalmente ritorna alla sua normalissima quotidianità.

Già, perché se durante tutto l’arco dell’anno la Cina è ovunque un brulicare di negozi e DSC_0578 copiamercati aperti ad ogni ora del giorno e della notte (se hai bisogno, puoi andare dal meccanico anche alle 10 di domenica sera!), durante la Festa della Primavera la “terra di mezzo” si trasforma  in un luogo strano, un luogo dove i negozi sono CHIUSI!!

E allora succede che la mattina della festa ti svegli ed è come se, durante la notte, avessi fatto un viaggio nel tempo e fossi stato catapultato 30 anni più avanti: con la bocca aperta e gli occhi sgranati Immagineti guardi in giro e ti rendi conto che nulla esiste di ciò che c’era un tempo. Tutto chiuso, tutto muto. E a girare per le strade ti sembra di vivere in una città fantasma, popolata da pochi pallidi passanti e da serrande rigorosamente calate. Su ognuna di esse troneggia un piccolo cartello rettangolare, quasi sempre in carta rossa decorata, che, in bella grafia, segnala agli sfortunati avventori la data di riapertura dopo una sfilza infinita di auguri per il nuovo anno. A questa catastrofe commerciale si oppongono i “7eleven” (ma quelli, si sa, saranno aperti anche nel 2134 con cyborg al posto dei commessi) e alcuni timidi ristoratori che, spinti da una sorta di dovere civico della serie “qualcuno dovrà pur far da mangiare a questi poveri ed affamati stranieri-turisti-o-cinesi-senza-famiglia-numerosa-con-tavola-imbandita-a-festa”, tengono aperto aumentando i prezzi del 10%… Del resto, quando si ha fame e in dispensa è rimasto solo un barattolo di minestrone in scatola, si paga volentieri di più.

E si ringrazia anche.

Il Capodanno Cinese ad Hong Kong è stata un’esperienza davvero strana. Ricordando  quelli passati nella “mainland” (ovvero nella Cina continentale, così chiamata da questi isolani che, fondamentalmente, si sentono “diversi” – e forse migliori – rispetto ai connazionali della terra ferma) dove, più che in un paese in festa, sembrava di vivere sotto i bombardamenti dell’armata giapponese, qui i giorni dello Spring Festival sono passati avvolti da un inverosimile silenzio. Nessun petardo, botto, bengala o tricchi-tracchi è stato esploso per scuotere l’aria, far sussultare gli animi e per dimostrare che, sì, l’isola è in festa!! Peritose manifestazioni di giubilo si sono avute, qua e là, intorno ai gruppi di artisti che hanno portato per le strade la suggestiva “lion dance”, un’esibizione tradizionale dove un leone, animato da due uomini infilati sotto un costume dalle gialle e feline sembianze, si aggira tra la gente danzando sul ritmo scandito da tamburi di legno. 2014-02-01 20.12.32 copiaMa il silenzio  assordante dell’isola è stato rotto sul serio solo dai famosissimi fireworks, i fuochi pirotecnici che, la sera del primo febbraio, hanno illuminato l’harbour di Hong Kong nel lembo di mare che collega Central a Kowloon. E su un palcoscenico che ha come sceneggiatura privilegiata uno degli skylines più affascinanti del pianeta, ecco che la città si è vestita a festa e, per 23 lunghissimi minuti…Bum! Tutti erano con naso e cellulare puntati al cielo – me compresa – per ammirare ed immortalare le mirabilie della polvere pirica, la quale deve la sua invenzione proprio ad alcuni alchimisti cinesi attivi tra l’VIII e il IX secolo.

Vista così, devo dire che, come per la maggior parte delle feste, anche qui i preparativi per il capodanno sono stati più belli del capodanno stesso. La settimana prima della festa, l’isola era in pieno fermento: tutti correvano avanti e indietro comprando fiori (crisantemi e gladioli soprattutto) e decori di carta rossa intagliata o dipinta per addobbare le case, i supermercati erano presi letteralmente d’assalto da massaie impazzite a caccia di pacchi di riso formato famiglia (8 kg l’uno…!) o confezioni di butter cookies (blè!) da regalare a parenti ed amici e, infine, ogni androne, negozio, centro commerciale, viale, Immagineparco e parchetto si è riempito magicamente di arbusti di mandarini, vasi di fiori e stendardi triangolari rossi e dorati.

Tirando le somme, queste feste vissute ad Hong Kong sono apparse ai miei occhi più sobrie, più misurate e forse, perché no, un po’ meno veraci di quelle che piacciono a me e alle quali sono stata abituata, a Napoli prima e nella Cina continentale poi… Insomma:

Cina che vai, capodanno che trovi.

Gong Hei Fat Choi – Un nuovo inizio

Primo gennaio, anno 4711.

Proprio così. Oggi a queste latitudini si festeggia il capodanno, ovvero il primo novilunio abbinato al segno del cavallo, di un anno che agli affezionati al calendario gregoriano farà sgranare gli occhi. 4711. Ed è da qui che inizia il mio racconto, che nella testa ormai sta foto copiastretto e mi ha chiesto espressamente di venire fuori.

Sono arrivata ad Hong Kong da poco, eppure non mi sento spaesata tra questi grattacieli. Sarà che i quattro anni e mezzo passati in Cina mi hanno allenata ai grandi spazi. Sarà forse merito della mia natura errante che mi chiede continuamente di portarla a zonzo per città sconosciute. O forse, più semplicemente, sarà che qui il mare ha sapore di casa. Chissà.

Tutti sostengono che Hong Kong sia una città frenetica: “jiezou tai kuai” (节凑太快, ovvero “il ritmo è troppo veloce”) urlano i cinesi, sconvolti!  E forse hanno ragione loro. Io e la mia anima ce ne siamo accorte subito, il primo giorno, quando per poco non siamo ruzzolate dalle scale mobili della metropolitana che si muovono ad una velocità a dir poco imbarazzante. Ma il tempo, qui come altrove, è denaro e mica si può perdere una giornata intera aspettando che la gradinata mobile ti riporti fino in cima a velocità di crociera?! Certo che no! La cosa bella è che dopo un po’ tutte le altre scale mobili del mondo ti sembrano di una lentezza “a dir poco imbarazzante“. Punti di vista.

E che tutti abbiano una gran fretta si evince anche dalla guida di tassisti e autisti di bus e minibus. Sprezzanti del pericolo e dei pedoni dal passo incerto, i piloti sfrecciano per le IMG_4851 copiastrade e, con i loro mezzi, impegnano gli incroci sempre e rigorosamente in derapata, quasi  stessero giocando – “live” – ad una partita di Ridge Racer.  E se su quell’autobus o quel taxi ci sei salito, allora farai bene a tenerti stretto perché, di fatto, rischi di volare da una parte all’altra dell’abitacolo in maniera poco elegante. Fino a che sei solo o in compagnia di amici, chissenefrega, è pure divertente. Ma se precipiti “con grazia” addosso al tuo capo o a un cliente importante, allora non è più così tanto divertente… Fortuna che, diversamente dalla Cina continentale dove tutti sono liberissimi di mangiare tutto dappertutto, qui è vietato “eat and drink” nei mezzi di trasporto, sennò sai che pasticcio…!  Il divieto, infatti, oltre che a evitare olezzi e rumorastri da sgranocchio sgraditi ai più, forse è studiato anche per evitare che una come me rovesci il caffè – espresso, s’intende – sulla camicia candida e firmata di uno dei dirigenti di J. P. Morgan in viaggio verso il suo ufficio al ….esimo piano.

Già, perché qui le altezze, si sa, sono relative. L’ICC,2013-11-17 16.42.03 copia l’edificio più alto di Hong Kong equarto al mondo se non si considerano guglie e pinnacoli, misura 476 metri. Decontestualizzato, farebbe tremare gli animi. Ma immerso nello skyline di Kowloon, la sua elevazione è addolcita dall’architettura circostante che ne smorza la ferocia e protegge la mente degli osservatori dal collasso che, se isolata, potrebbe generare cotanta imponenza.

Hong Kong è una città verticale, così tanto verticale che se abiti al sesto piano ti sembra di aver affittato un sottoscala, che le inserzioni pubblicitarie sono SUI TETTI degli autobus, non solo sulle fiancate,

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e quando cerchi un ristorante devi tenere d’occhio i piani alti dei palazzi.

Ma per una come me, che tanto il naso per aria e la testa tra le nuvole ce l’ha per natura, in fondo, quest’isola sembra essere fatta apposta. Quindi:

Gong Hei Fat Choi!!
Buon Anno!!